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NewsTra filosofia e neuroscienze. L'empatia e la responsabilità
21/1/2011
News

“Il fatto originario della fraternità è costituito dalla mia responsabilità di fronte a un volto che mi guarda” E. Lévinas

 

Pedagogia per il Terzo Millennio attribuisce particolare importanza alle emozioni e alla loro gestione; l'indagine sull'empatia assume così un ruolo prioritario in quel particolare processo comunicativo che è la pedagogia. Il presente contributo sottolinea come filosofia e neuroscienze possano insieme contribuire all’incremento di una coscienza educativa.

Oggi siamo a conoscenza di qualcosa di straordinario: la nostra specie è in possesso di un corredo genetico grazie al quale ci è possibile, senza passare per ragionamenti e corrispondenze, cogliere il vissuto altrui attraverso ciò che chiamiamo “empatia”, un meccanismo di natura “automatica”, neuroni che agiscono prima di ogni elaborazione cognitiva, valutazione o deliberazione cosciente. Non quindi un processo razionale comparativo, ma la condivisione di uno stato sensoriale, fisico, un processo che ha a che fare con la capacità dell’osservatore di riprodurre l’azione osservata.

Riconoscere nell’alterità qualcosa di simile a ciò che si muove in me ed instaurare, in virtù di questa somiglianza, un contatto possibile, costituisce un principio essenziale anche per intendere l’empatia dal punto di vista fenomenologico, interrogando cioè i fenomeni comportamentali come punto di partenza per estrarre le caratteristiche essenziali delle esperienze e dell’uomo che le vive. Nel processo di empatia avviene una “restituzione dello sguardo”, come in uno specchio: un processo in grado di rendere manifesti alcuni aspetti di noi stessi che non si palesano nella nostra esperienza individuale. Si tratta di un avanzamento che colloca l’empatia in un processo di portata diversa, sia perché consente l’ampliamento di un prospettiva di vita egocentrica, sia perché contemporaneamente consente l’emergere, proprio a noi stessi e a nostra utilità, di aspetti e caratteristiche che non saprebbero venire alla luce altrimenti.

Emmanuel Lévinas, allievo della fenomenologia francese, pone ad assioma del proprio pensiero la filosofia come “conoscenza dell'amore” piuttosto che amore della conoscenza, e considera appunto la relazione etica come unica relazione autentica possibile per l’uomo, intendendola in una modalità estremamente precisa: al di là di ogni reciprocità, di ogni fratellanza, di ogni comunanza di sangue, di lingua, di specie; una relazione può dirsi etica quando l’individuo si rende disponibile a rispondere all’altro in un modo che eccede ogni sapere ed ogni calcolo, divenendo quindi responsabile nei suoi confronti.

Come possiamo caratterizzare la relazione etica senza, allo stesso tempo, fare derivare la responsabilità per il prossimo dal tipo di coinvolgimento affettivo che possiamo provare per lui e la sua condizione? Il senso di responsabilità, infatti, non può essere legato all’eventuale stabilità di un sentimento, né alla conformazione fisiologica di un sistema nervoso o di un codice genetico ereditato.

Con toccante precisione, Edith Stein, religiosa e filosofa tedesca, morta ad Auschwitz nel 1942, affronta il tema dal punto di vista della capacità di produrre un collegamento empatico reale con il prossimo solo a patto che io divenga me stesso, “persona, totalità che possiede un senso”: quanto più un uomo ha trovato se stesso, tanto più gli sarà possibile la capacità di empatizzare.

La possibilità di conoscere se stessi è l’idea ai primordi della filosofia morale, principio da cui scaturisce la possibilità di conoscere il mondo dei fenomeni ed il mondo trascendente, richiamo alla necessità di uno sforzo di consapevolezza per interagire con la realtà. Un’idea, quella della consapevolezza, cui approdiamo se riconosciamo la necessità di cessare il processo di violazione di se stessi e del prossimo con categorie onnicomprensive, che non possono che ricondurre tutto e tutti ad una essenza pre-determinata, pre-giudicata. La finalità è arrivare a conoscere come assumere quella responsabilità cui l’uomo, specie apice, è chiamato proprio in quanto biologicamente orientato all’empatia: empatia di me verso il prossimo e del prossimo verso me.

Divenire consapevoli quindi della responsabilità verso l’altro cui ciascuno è chiamato ad ogni livello: nel modo in cui orienta la propria vita, consuma i propri sentimenti, esprime se stesso attraverso le azioni.

 

Dott.sa Elena Perolfi- equipe pedagogica Fondazione Patrizio Paoletti



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